Il pirlone del Francesco aveva capito che era il caso di scrivere qualcosa...

...ma si fermò lì, con la nota che trovate qui sotto e scritta all'inizio del 2001 (più o meno un anno e mezzo dopo che avevamo preso in affitto i locali di via Circonvallazione Ovest). Il testo che trovate sia tra parentesi che in corsivo è stato aggiunto ora (2004). Portate pazienza per l'italiano (ignorante ero, ed ignorante sono).

Qui trovi eventualmente l'originale.

E' poi stata scritta in aprile 2005 una descrizione del buena in inglese per Sandy


Premessa... non abbiamo avuto nessuna idea originale: chiunque avrebbe potuto averla. L'originalità sta nel fatto che l'abbiamo realizzata.

La prima mossa è del Prof. Gazzola: ha speso ore e ore a spiegarci le sue idee ed a convincerci che, visto la situazione di Castelfranco, i tempi erano maturi per pensare alla realizzazione autonoma di un centro socio-culturale. Ad onor del vero c'è da dire che il Gazzola questa idea fissa ce l'aveva in testa da oltre 10 anni... con "gran" calma (fin troppa) ha aspettato fino a tre anni fa, quando ha incrociato dei pazzi sognatori che hanno tentato il colpaccio con lui.

Una sera Gazzola mi disse chiaramente il suo progetto: rimanemmo a parlare fuori dalla sua macchina per almeno tre ore. Mi ero laureato un anno prima, avevo passato 7 mesi in Messico ed un'estate a lavorare in un rifugio di montagna determinato ad andare a vivere, con quanto guadagnato, in Guatemala per almeno un anno (chi l'avrebbe mai detto che quei soldi sarebbero serviti a pagare l'affitto di un locale di 600 mq!). Il progetto che i discorsi di Gazzola mi faceva sognare mi affascinò. Ricordo che gli dissi: "Sergio, io posso anche restare a Castelfranco, ma quanto ci vuole a sapere se la cosa si fa o non si fa", e lui "sei mesi, Francesco, in sei mesi sappiamo se un gruppo si mette serialmente in gioco", e ancora "non servono tante persone, ne bastano 3 o 4 determinati e il progetto può partire", ed io "bene, sei mesi... non un mese di più, altrimenti me ne torno filato in sud america".

Sì, sei mesi!... col cacchio: ci è voluto un anno a trovare il gruppo, ed un altro anno ancora per poter "posare la prima pietra": e da quasi un altro anno siamo qui dentro e dobbiamo ancora ufficialmente aprire.

Tre anni, caspita! come passa il tempo. Qualche giorno dopo il colloquio con Sergio una sera in una birreria ho incontrato per la prima volta Domenico, detto Rocco, quarantenne come il Gazzola (ed altrettanto senza capelli), determinatissimo a far decollare un centro giovanile (!). Forse la poca o troppa fiducia che i due nutrono nei confronti di quelli con cui lavorano: Gazzola insegnante e vicepreside all'istituto d'arte, Rocco educatore socio sanitario della nostra ulss. (questa non la capisco)

A questi due aggiungete Luca, studente di filosofia con il diploma dell'istituto alberghiero: ventenne, silenzioso, ma lucido e brillante nelle poche parole che diceva (con il tempo è decisamente diventato più loquace).

Quella sera andai a casa, ancora una volta, "volando" con il mio vespino: quanti sogni; quante cose che oggi sto vivendo non mi facevano allora dormire dall'emozione. La vita passa svelta... ma da quei giorni passa molto più svelta per me.

Qualche mese dopo si aggiunse Mauro, geometra, cattolico a suo modo, ma prima di tutto un uomo: dobbiamo molto alla sua esperienza di animatore di gruppi e di persona affabile e concreta.

Il gruppo di persone che, ogni martedì sera si trovava, fino a notte tarda, nell'ufficio di mio padre era comunque composto sempre anche da altre persone, oltre a noi 5. Chi ci ha frequentato per qualche settimana, chi per mesi: molti di essi fanno parte dell'Associazione Buenaventura che oggi gestisce effettivamente il centro culturale. Si aggregavano, di volta in volta, amici, morose, parenti: immagino che più di qualcuno ci deve aver preso proprio per dei sognatori! (no, peggio). Noi 5 abbiamo resistito ogni settimana (io devo essermi perso una sola riunione: non vedevo l'ora, ricordo, che arrivasse il magico martedì sera): dopo un anno abbiamo costituito l'Associazione di volontariato Arché versando un milione a testa (qualche mese dopo arrivammo a cinque) e costituimmo il primo capitale. (che termini)

Durante quell'anno di progettazione io, che non lavoravo (e non lavoro tutt'ora...hehhehee), ho seguito un corso di sei mesi; un corso finanziato dall'Unione Europea che insegnava a realizzare progetti nel mondo del non-profit. Ho imparato a costruire il cosiddetto Business Plan: ovvero un fascicolo di 60 pagine con la descrizione dettagliata del nostro progetto, un analisi del territorio, di mercato, ma soprattutto con una dettagliatissima simulazione economico-finanziaria del nostro sogno. Il nome inglese di quella relazione faceva un po' sorridere per un progetto come il nostro... sapeva tanto da "paranoie da ragioniere". In realtà è proprio grazie a quelle simulazioni che abbiamo potuto lanciarci in un progetto da centinaia di milioni e continuare a dormire sogni tranquilli (o quasi!).

Ebbene: ad un certo punto è iniziata quella che per nel Business Plan si chiamava "ricognizione del mercato immobiliare". ...Hehe, che divertimento!... si trattava di andare in giro, in due con il vespino, per la nostra città in cerca di un locale adeguato (già, perché all'inizio avevamo escluso le agenzie per evitare il pagamento di commissioni). Ogni volta che vedavamo un capannone era un'emozione indescrivibile... "guarda quello... meraviglioso"... "sarebbe perfetto", ..."questo è un mito!", e poi a chiedere ai vicini informazioni (quante facce curiose, contente o impaurite, allibite: "un centro culturale?... ma... siete del comune?"). Alle volte ci lanciavamo decisamente in voli pindarici: ricordo che una volta andammo a discutere l'affitto di un capannone da 9 milioni al mese (non ne avevamo ancora 10 a disposizione!). Quanto abbiamo cercato: Gazzola sosteneva che era anche un buon modo per conoscere la nostra città.

Dopo mesi di ricerca ci siamo resi conto che non c'era poi tanta scelta. Ricordo, porca miseria, quel tale che aveva un capannone meraviglioso con appartamento annesso: il tutto abbandonato da almeno 2 anni. Ce lo dissero i vicini e ce lo disse anche lui quando riuscimmo a contattarlo telefonicamente: di soldi ne aveva a palate, ed di affittare quel capannone non aveva proprio bisogno! (bella questa)

Puntammo tutti i nostri interessi in un capannone nuovo, elegantissimo, in acciaio e vetri a specchio: insomma una cosa spaziale. Stavamo per sottoscrivere il contratto di affitto (almeno 4 milioni al mese) ma i lavori necessari a mettere a norma quel locale per ospitare più di cento persone ammontavano ad oltre 100 milioni ed il proprietario non era disposto a metterceli (anche aumentandoci in misura relativa il canone di affitto).

Con il no per quello che era l'unico posto che poteva fare al caso nostro decidemmo di rivolgerci alle agenzie (a tutte!). Ricordo che mi arrivava una telefonata al giorno da un agenzia, ed ogni tre giorni capitava che si andasse a visitare un nuovo capannone. Il più delle volte luoghi costosi, e che non facevano al caso nostro.

Arrivammo ai locali del circolo Buenaventura mesi più tardi. Il posto ci costa 3 milioni al mese, ma è magico (tutte queste stanzette e stanzettine che ti ci perdi dentro), ma dovevate vederlo all'inizio (purtroppo non abbiamo nemmeno quelche foto di come abbiamo trovato questo posto) (invece ho saputo ora che qualche masnadiero ha delle foto a casa... condividiamo, tosi?). Anzitutto c'era carta da parati di plastica su tutte le pareti... sapete cosa significa grattare centimetro per centimetro due strati di carta da parati? E poi con il diluente per sciogliere la colla! I pavimenti in legno da levigare, tutte le tapparelle da aggiustare, tutte le pareti da imbiancare!.

All'inizio non ci siamo decisamente resi conto di quanto lavoro sarebbe stato necessario.

Ricordo la prima sera: abbiamo avuto le chiavi alle sei del pomeriggio; alle 21 stavamo già brindando nella terrazza (meravigliosa!, con caminetto).

Da questo momento, con i lavori di sistemazione (in quella che il business plan chiamava "fase di esecuzione dei lavori di riattazione") inizia l'avventura più interessante del buenaventura.

Francesco

(Scritto all'inizio del 2001)